Politiche dello spazio: identità, territorio, credere

 

Il gruppo di ricerca Prendere la Parola invita alla presentazione de Il vescovo e l’antiquario. Giuda Ciriaco, Ciriaco Pizzecolli e l’identità adriatica anconitana di Giorgio Mangani (Ancona 2016), martedì 11 aprile 2017, presso il dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia e Comunicazione nell’Aula Consiglio, ore 17-19, via Salaria 113, II piano. Intervengono, oltre all’autore, Edoardo Boria (geografo) e Pierluigi Cervelli (semiologia e membro di Prendere la Parola).
Per info: prenderelaparola@gmail.com
 
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invito e locandina libro Mangani 166.78 KB 2 downloads

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Il nuovo numero di Comunicazione.doc

Segnaliamo l’uscita del nuovo numero della rivista “Comunicazione.doc” edita dal dipartimento di Comunicazione e ricerca sociale dell’Università la Sapienza di Roma. Il volume, curato da Davide Borrelli e Federico Tarquini, dal titolo Michel de Certeau. Teorico e sociologo della vita quotidiana è dedicato a una lettura principalmente sociologica dell’opera di Certeau. Ospita anche contributi di studiosi (tra i quali Pierluigi Cervelli e Paola Di Cori del gruppo Prendere la Parola) che si muovono in ambiti ai margini o fra le pieghe delle discipline stesse.

Papa Francesco

Sabato 18 giugno presso Villa Nazareth a Roma, approfittando della visita di Papa Francesco, Stefano Pepe ha consegnato al Papa una copia del numero di Leussein Il viaggio: ricerca di sé e degli altri. Certeau legge Favre curato dal gruppo Prendere la Parola. Ricordiamo questo momento lieto e significativo per tutto il gruppo con questa foto in cui vediamo Francesco che sfoglia, sorridente, la rivista. (Foto di Luisa Muccilli)

Utopie Vocali: dialoghi sulle glossolalie

Pubblichiamo in questa sezione la registrazione audio della presentazione del libro curato da Lucia Amara “Michel de Certeau: Utopie vocali” che si e’ svolta presso l’Universita’ La Sapienza di Roma lo scorso 1/3/2016. Oltre alla curatrice, al dibattito hanno partecipato Paola di Cori, Paolo Fabbri e Isabella Pezzini. L’incontro è stato moderato da Pierluigi Cervelli ed e’ stato curato dal gruppo Prendere la Parola in collaborazione con Paolo Fabbri.

Pubblichiamo gli interventi audio di Lucia Amara, Paolo Fabbri e Paola Di Cori, il cui intervento è anche disponibile in formato testuale.

L’eredità di Michel de Certeau. Un conversazione sul numero de La Torre del Virrey

Giovedì 19 maggio, presso il caffè Dagnino a Roma, il gruppo Prendere la Parola si è incontrato con Juan Diego Gonzalez Sanz, curatore del numero monografico su Certeau della rivista spagnola La Torre del Virrey – nonché nostro ospite al convegno Michel de Certeau: praticare la pluralità del 2015 – per riprendere e commentare i temi e le questioni avviate negli articoli ivi raccolti.
Hanno partecipato alla serata anche la psicoterapeuta María Macías Garcìa e Monica Elisei – traduttrice del contributo di Gonzalez Sanz al suddetto convegno in occasione della prossima pubblicazione in ricordo dell’evento.

Qui di seguito presentiamo alcune riflessioni condivise durante una piacevole serata di conversazioni sull’eredità di Michel de Certeau.

 


Michel de Certeau – Un teatro della soggettività

È uscito per la rivista Aut-aut un numero monografico su Michel de Certeau dal titolo Michel de Certeau. Un teatro della soggettività”. Il volume sarà presentato il 28 aprile presso l’Istituto Francese Centro San Luigi a Roma, sarà presente la curatrice Diana Napoli.

Michel de Certeau. Le voyage de l’oeuvre

Da giovedì 10 a sabato 12 si svolge a Parigi presso il Centro Sèvres dei gesuiti il convegno Michel de Certeau. Le voyage de l’oeuvre in memoria del 30° anniversario della morte di Certeau. Per l’occasione ci saranno anche degli interventi di alcuni membri del gruppo Prendere la Parola.

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Programma del convegno 1.49 MB 13 downloads

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Presentazione di: Michel de Certeau Utopie Vocali

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In memoria del 30° anniversario della morte di Michel de Certeau

Michel de Certeau è scomparso il 9 gennaio 1986. Lo ricordiamo con alcune citazioni dai suoi scritti:

“Accettare la presenza reale dell’immigrato significa, in realtà, aprirgli un libero spazio di parola e di manifestazione in cui la sua cultura si offra alla conoscenza; vuol dire smettere di prendere in giro o disprezzare i segni della sua differenza, ma cercare di ritrovarvi una base di umanità, una creazione specifica. […]

“Non dobbiamo decidere al posto loro. Non dobbiamo spingerci fino a imporre loro di conservare una volta per tutte, nei nostri confronti, il grado massimo di differenza: si tratterebbe di una forma appena mascherata di rifiuto della loro presenza e della loro libertà, un modo fittizio di rispettarli chiudendoli nell’immobilità di un ghetto culturale e sociale. Non dobbiamo nemmeno obbligarli a entrare nello stampo dei nostri conformismi, imporre loro di imitarci in tutto: sarebbe negare il valore della loro eredità e della loro alterità. Dobbiamo soltanto inventare assieme a loro una “cultura al plurale”, offrire loro una pluralità di percorsi misti, diversi, mutevoli, costantemente riadattati. La varietà di questi percorsi, la diversità dei prestiti e dei collage suscitati da tale pluralità, i meticciati culturali che metterà in atto, avranno effetti benefici. Arricchiranno la nostra cultura: un paese con una popolazione sempre più vecchia è tentato dal ripiegarsi, come intirizzito, su se stesso e sulle proprie certezze.”

“I “valori” svuotati, ai quali non si crede più, diventeranno una retorica, divisa di apparato per una solidarietà (o una complicità?) tra interessi particolari. Le grandi parole come “libertà”, “nazione” o “democrazia” finiranno per nascondere unicamente il cadavere di ciò che designavano. O, meglio, finiranno per funzionare come un linguaggio figuratoper un’altra cosa, che ognuno comprenderà assai bene e sulla quale ci si intenderà da lì in poi: “Arricchiamoci”. Questo nuovo accordo avrà come vocabolario l’automobile, il frigorifero, la televisione, cioè tutti i “segni” dell’arricchimento privato.”

[Da “Proposte”, in : “La presa della parola e altri scritti politici”, (1983) , pp.184 e 185 e “Autorità cristiane e strutture sociali” in : “Debolezza del credere” (1987), p. 73]

Per Parigi in lutto

L’immenso odio cieco che ha provocato le uccisioni atroci di tanti uomini e donne a Parigi nella notte del 13 novembre 2015 nasce da un’altrettanto abnorme cecità nei confronti di tutto ciò che appare differente rispetto a una monolitica e omogenea visione di umano in quanto identico. Vogliamo commemorare quelle morti riportando alcune frasi scritte da Michel de Certeau per esaltare le differenze.

Ciò che è differente ci minaccia. Perciò facciamo di tutto per cancellarne le tracce. Gli altri, la morte, Dio: tutto ciò che designa una rottura dev’essere sfumato. Per essere identici a noi stessi, ci è necessario ricondurre a noi e ridurre a somiglianza ogni dissomiglianza.

Reazioni a catena tendono a camuffare l’alterità man mano che questa emerge nel campo dell’esperienza.

Alle rimozioni che escludono dalla comunicazione le tensioni tra uomini o all’interno dell’uomo (e che, per ciò stesso, scalzano il fondamento di ogni riconoscimento reciproco), all’immediatismo che sollecita la riconciliazione ma rifiuta di accettarne le condizioni e i rischi, alle concordie a basso prezzo che, eludendo le difficoltà, non si accontentano di annullare la fede ma la annacquano in buoni sentimenti, bisogna opporre risolutamente un’apologia della differenza.

[…]

L’omogeneità è sempre e soltanto un’utopia. […] Certo, là dove non c’è unione, la differenza è inerte; essa non è più il fermento del senso. Ma l’unione diventa sterile e insignificante, se non rinasce più dalla differenza che la mette in questione.

da Apologia della differenza (1968)

 

[…] ciascuno di noi non può vivere senza ciò che ignoriamo, senza un al-di-là di noi stessi che noi non conosciamo più, o non ancora, o che non conosceremo mai. Nell’itinerario o nell’incoerenza di ogni esperienza personale, ogni istante di verità – esperienza affettiva, delucidazione intellettuale, incontro con qualcuno – perderebbe il suo significato se non fosse ricollegato ad altri e in definitiva all’Altro. Non ha senso se non nella misura in cui è inconcepibile senza altri momenti, senza altri incontri.

da L’esperienza spirituale (1970)